Le rinnovabili fanno male a economia e occupazione



Il racconto del mito
Dice il mito che una transizione eccessivamente rapida e profonda verso le rinnovabili, come quella che sarebbe necessaria per rispettare gli impegni climatici e raggiungere l’obiettivo net-zero entro metà del secolo, produrrebbe uno spiazzamento dell’industria italiana, riducendo al competitività delle nostre imprese con impatti negativi sulla economia e sulla occupazione.

Il perché è falso
In realtà la maggior parte delle analisi e degli studi esistenti afferma esattamente il contrario, ossia che un aumento anche rapido delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili fossili produrrebbe nel complesso importanti benefici sia economici che occupazionali. Questo vale ancora di più per un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni di combustibili fossili, con flussi economici ingenti verso l’estero.

Cosa vogliano dire questi dati
Il mito nasconde la – legittima, se vogliamo – paura del cambiamento. Una transizione tecnologica come quella che ci attende sulla strada verso il net-zero avrà certamente impatti rilevanti sul tessuto produttivo e sulle famiglie. Ma oltre ai vantaggi di natura ambientale, questa produrrà anche notevoli benefici economici e sociali. Naturalmente alcune, poche in realtà, realtà produttive saranno necessariamente svantaggiate ma nel complesso il bilancio sarà in ogni caso positivo.

PER APPROFONDIRE
Un altro dato significativo riguarda gli investimenti connessi con la realizzazione di questi impianti. Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel 2023 nel mondo gli investimenti complessivi in nuovi impianti di produzione elettrica sono stati pari a 828 miliardi di dollari. Di questi, 659 (quasi l’80% del totale) sono andati alle fonti rinnovabili, mentre poco meno di 170 miliardi di dollari hanno finanziato impianti alimentati da fossili e nucleare.
Fonti
Secondo la ricostruzione svolta dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, il settore energetico nel 2024 avrebbe dato lavoro a quasi 69 milioni di persone, il 3% della forza lavoro totale. Si tratta di una analisi ampia, che include ad esempio tutte le attività della filiera oli&gas (dalla ricerca e perforazione fino alla distribuzione finale), quelle della realizzazione e gestione delle reti di trasmissione e degli impianti di generazione elettrica, e della fabbricazione e manutenzione di veicoli e altre apparecchiature legate all’efficienza energetica (come caldaie, pompe di calore, etc.). Nel 2021, i “lavoratori energetici” occupati nell’energia pulita (ossia coloro che si occupano di fonti rinnovabili, efficientamento energetico, realizzazione di veicoli a basse emissioni, etc.) superano per la prima volta quelli occupati nella filiera dei combustibili fossili. Da allora, lo scarto tra lavoratori nell’energia pulita e nell’energia da fonti fossili è in costante crescita. Nel 2024, l’85% dei nuovi occupati nel settore energetico sono coinvolti nella generazione di energia pulita, di cui 310 mila nel settore del fotovoltaico (36% del totale).
Fonti
Le fonti rinnovabili sono in forte crescita nel mondo oramai da diversi anni. Gli investimenti in questa tecnologia, nel comparto della generazione elettrica, hanno oramai abbondantemente superato quelli in fossili e nucleare. Al pari degli investimenti è cresciuto anche il numero di occupati, quasi raddoppiato in appena un decennio, arrivando nel 2024 a 16,6 milioni di persone. L’aumento degli ultimi anni è stato trainato in primis dalla crescita del fotovoltaico, che nel 2024 da solo ha dato lavoro a più di 7 milioni di persone, seguito dalle bioenergie (per lo più per la produzione di calore), dall’idroelettrico e dall’eolico.
Fonti
Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (il World Energy Outlook 2024), se il mondo realizzasse effettivamente la transizione energetica allineandosi all’obiettivo della neutralità climatica al 2050, le opportunità per l’economia e l’occupazione sarebbero molto positive. Dagli attuali quasi 68 milioni di “lavoratori energetici” si passerebbe a 83 milioni nel 2030. Di questi circa l’80% sarebbe riconducibile alle energie pulite. Il comparto elettrico sarebbe trainante, con circa 9 milioni di nuovi occupati nella generazione e altri 4 nella rete e negli accumuli. Naturalmente alcuni comparti avranno più vantaggi di altri e alcuni potranno subire delle contrazioni, ma il bilancio nel complesso sarà comunque positivo: nell’analisi della IEA, da qui al 2030 quasi 7 milioni di occupati dei settori oil&gas e del carbone dovranno essere ricollocati. Per trarre i massimi benefici dalla transizione sarà necessario mettere in campo misure per formare nuove competenze e aggiornare quelle dei lavoratori di settori che subiranno una riduzione delle attività, a cominciare dalle imprese dell’oil&gas.
Fonti
Per avviarci sulla via della transizione energetica e allinearci agli obiettivi europei 2030 e 2050 per la neutralità climatica, in Italia dovremmo imprimere una enorme accelerazione allo sviluppo delle rinnovabili, a cominciare da quelle elettriche che dovrebbero crescere di circa 10 GW ogni anno per i prossimi 5 anni, per raggiungere l’obiettivo complessivo di 131 GW di impianti rinnovabili installati al 2030. Contestualmente, gli impianti termoelettrici alimentati a carbone dovranno chiudere, e le centrali alimentate a gas ridurre notevolmente la loro produzione annua. Quale impatto avrà questa trasformazione del sistema elettrico dal punto di vista dell’occupazione? Molti scenari a livello europeo e globale confermano che l’impatto complessivo della transizione sul mondo del lavoro è sempre fortemente positivo, e questo si conferma anche per l’Italia. Secondo il Piano nazionale energia e clima (il documento con cui l’Italia sancisce i propri obiettivi nazionali di lotta al cambiamento climatico), i lavoratori impiegati nel settore energetico nazionale nel 2030 saranno circa 73 mila unità, +17 mila rispetto ai livelli del 2022: a fronte dei circa 2.500 lavoratori permamenti del comparto fossile che saranno persi, circa 20 mila nuovi posti di lavoro saranno creati dal comparto delle rinnovabili. Gli impatti negativi in termini di perdita di posti di lavoro sono dunque molto più contenuti rispetto agli impatti positivi, ma ciò non significa che possano essere ignorati: ecco perché diventa particolarmente importante parlare di transizione dei territori e accompagnare quelle aree tradizionalmente a vocazione fossile (come alcune zone della Sardegna o della Puglia) e dedicare loro sforzi rilevanti dal punto di vista della riqualificazione professionale e della trasformazione dei distretti industriali. A queste aree più vulnerabili alla transizione, l’Unione europea dedica fondi e progetti dedicati attraverso il Just Transition Mechanism.
Quello sull’occupazione non è l’unico impatto socio-economico che dobbiamo monitorare nel percorso di crescita delle rinnovabili. E’ noto che la Cina sia la leader incontrastata delle tecnologie della transizione energetica (pannelli fotovoltaici, batterie, auto elettrica, etc.), ma questo significa che allora la transizione avrà sicuramente un impatto negativo per le filiere economiche nazionali? La risposta è che dipende da quanto siamo in grado di costruire una strategia industriale nazionale ed europea che faccia della transizione il perno di un’economia più innovativa e più digitalizzata, oltre che più pulita. In ogni caso, quello che non molti sanno è che l’Italia ha già acquisiti un know-how importante sull’industria delle rinnovabili e che esiste già una filiera del made in Italy sulla componentistica e su tutto l’indotto di questo settore che, se messa nelle condizioni di svilupparsi, potrebbe costituire un volano importante per l’economia nazionale. Secondo uno studio presentato nel 2023 da Elettricità Futura, l’associazione confindustriale delle imprese della generazione elettrica, se raggiungessimo gli obiettivi che ci siamo posti al 2030 potremmo avere oltre 360 miliardi di euro di ricadute economiche positive, in termini di valore aggiunto per filiera e indotto, pari a circa il 2% del Pil, e i nuovi posti di lavoro (sempre tra filiera e indotto) potrebbero superare i 540 mila. Un altro studio di Intesa San Paolo nel 2021 aveva stimato quanto l’Italia fosse già fra i primi Paesi al mondo per esportazioni di tecnologie rinnovabili, presentando stabilmente un saldo commerciale del settore ampiamente positivo.
Fonti
Per avviarci sulla via della transizione energetica e allinearci agli obiettivi europei 2030 e 2050 per la neutralità climatica, in Italia dovremmo imprimere una enorme accelerazione allo sviluppo delle rinnovabili, a cominciare da quelle elettriche che dovrebbero crescere di circa 10 GW ogni anno per i prossimi 5 anni, per raggiungere l’obiettivo complessivo di 131 GW di impianti rinnovabili installati al 2030. Contestualmente, gli impianti termoelettrici alimentati a carbone dovranno chiudere, e le centrali alimentate a gas ridurre notevolmente la loro produzione annua. Quale impatto avrà questa trasformazione del sistema elettrico dal punto di vista dell’occupazione? Molti scenari a livello europeo e globale confermano che l’impatto complessivo della transizione sul mondo del lavoro è sempre fortemente positivo, e questo si conferma anche per l’Italia. Secondo il Piano nazionale energia e clima (il documento con cui l’Italia sancisce i propri obiettivi nazionali di lotta al cambiamento climatico), i lavoratori impiegati nel settore energetico nazionale nel 2030 saranno circa 73 mila unità, +17 mila rispetto ai livelli del 2022: a fronte dei circa 2.500 lavoratori permamenti del comparto fossile che saranno persi, circa 20 mila nuovi posti di lavoro saranno creati dal comparto delle rinnovabili. Gli impatti negativi in termini di perdita di posti di lavoro sono dunque molto più contenuti rispetto agli impatti positivi, ma ciò non significa che possano essere ignorati: ecco perché diventa particolarmente importante parlare di transizione dei territori e accompagnare quelle aree tradizionalmente a vocazione fossile (come alcune zone della Sardegna o della Puglia) e dedicare loro sforzi rilevanti dal punto di vista della riqualificazione professionale e della trasformazione dei distretti industriali. A queste aree più vulnerabili alla transizione, l’Unione europea dedica fondi e progetti dedicati attraverso il Just Transition Mechanism.
Quello sull’occupazione non è l’unico impatto socio-economico che dobbiamo monitorare nel percorso di crescita delle rinnovabili. E’ noto che la Cina sia la leader incontrastata delle tecnologie della transizione energetica (pannelli fotovoltaici, batterie, auto elettrica, etc.), ma questo significa che allora la transizione avrà sicuramente un impatto negativo per le filiere economiche nazionali? La risposta è che dipende da quanto siamo in grado di costruire una strategia industriale nazionale ed europea che faccia della transizione il perno di un’economia più innovativa e più digitalizzata, oltre che più pulita. In ogni caso, quello che non molti sanno è che l’Italia ha già acquisiti un know-how importante sull’industria delle rinnovabili e che esiste già una filiera del made in Italy sulla componentistica e su tutto l’indotto di questo settore che, se messa nelle condizioni di svilupparsi, potrebbe costituire un volano importante per l’economia nazionale. Secondo uno studio presentato nel 2023 da Elettricità Futura, l’associazione confindustriale delle imprese della generazione elettrica, se raggiungessimo gli obiettivi che ci siamo posti al 2030 potremmo avere oltre 360 miliardi di euro di ricadute economiche positive, in termini di valore aggiunto per filiera e indotto, pari a circa il 2% del Pil, e i nuovi posti di lavoro (sempre tra filiera e indotto) potrebbero superare i 540 mila. Un altro studio di Intesa San Paolo nel 2021 aveva stimato quanto l’Italia fosse già fra i primi Paesi al mondo per esportazioni di tecnologie rinnovabili, presentando stabilmente un saldo commerciale del settore ampiamente positivo.
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