Le rinnovabili fanno male a economia e occupazione

Il racconto del mito

Dice il mito che una transizione eccessivamente rapida e profonda verso le rinnovabili, come quella che sarebbe necessaria per rispettare gli impegni climatici e raggiungere l’obiettivo net-zero entro metà del secolo, produrrebbe uno spiazzamento dell’industria italiana, riducendo al competitività delle nostre imprese con impatti negativi sulla economia e sulla occupazione.

Il perché è falso

In realtà la maggior parte delle analisi e degli studi esistenti afferma esattamente il contrario, ossia che un aumento anche rapido delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili fossili produrrebbe nel complesso importanti benefici sia economici che occupazionali. Questo vale ancora di più per un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni di combustibili fossili, con flussi economici ingenti verso l’estero.

Cosa vogliano dire questi dati

Il mito nasconde la – legittima, se vogliamo – paura del cambiamento. Una transizione tecnologica come quella che ci attende sulla strada verso il net-zero avrà certamente impatti rilevanti sul tessuto produttivo e sulle famiglie. Ma oltre ai vantaggi di natura ambientale, questa produrrà anche notevoli benefici economici e sociali. Naturalmente alcune, poche in realtà, realtà produttive saranno necessariamente svantaggiate ma nel complesso il bilancio sarà in ogni caso positivo.

PER APPROFONDIRE

Secondo la prima ricostruzione su occupazione ed energia nel mondo, svolta dall’Agenzia Internazionale dell’Energia e pubblicata a novembre 2023, il settore energetico nel 2022 avrebbe dato lavoro a quasi 65 milioni di persone, il 3% della forza lavoro totale. Si tratta di una analisi ampia, che include ad esempio tutte le attività della filiera oli&gas (dalla ricerca e perforazione fino alla distribuzione finale), quelle della realizzazione e gestione delle reti di trasmissione e degli impianti di generazione elettrica, o ancora della fabbricazione e manutenzione di veicoli e altre apparecchiature legate all’efficienza energetica (come caldaie, pompe di calore etc.). Nel 2021, i “lavoratori energetici” occupati nell’energia pulita (ossia coloro che si occupano di fonti rinnovabili, efficientamento energetico, realizzazione di veicoli a basse emissioni, etc.)  superano per la prima volta quelli occupati nella filiera dei combustibili fossili. Lo scarto tra i due tipi di lavoratori cresce nel 2o22 ed è confermato anche dalle proiezioni per il 2023. Nel 2022 circa 900 000 persone hanno trovato lavoro nel settore dell’energia pulita, il 60% di queste nel settore fotovoltaico ed eolico.

Le fonti rinnovabili sono in forte crescita nel mondo oramai da diversi anni. Gli investimenti in questa tecnologia, nel comparto della generazione elettrica, hanno oramai abbondantemente superato quelli in fossili e nucleare. Al pari degli investimenti è cresciuto anche il numero di occupati, quasi raddoppiato in appena un decennio, arrivando nel 2022 a 13,7 milioni di persone. L’aumento degli ultimi anni è stato trainato in primis dalla crescita del fotovoltaico, che nel 2022 da solo ha dato lavoro a quasi 5 milioni di persone, seguito dalle bioenergie (per lo più per la produzione di calore), dall’idroelettrico e dall’eolico.

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (il World Energy Outlook 2022), se il mondo realizzasse effettivamente la transizione energetica allineandosi all’obiettivo della neutralità climatica al 2050, le opportunità per l’economia e l’occupazione sarebbero molto positive. Dagli attuali circa 65 milioni di “lavoratori energetica” si passerebbe a 90 milioni nel 2030. Di questi circa l’80% sarebbe riconducibile alle energie pulite. Il comparto elettrico sarebbe trainante, con circa 9 milioni di nuovi occupati nella generazione e altri 4 nella rete e negli accumuli. Naturalmente alcuni comparti avranno più vantaggi di altri e alcuni potranno subire delle contrazioni, ma il bilancio nel complesso sarà comunque positivo: nell’analisi della IEA, da qui al 2030 quasi 5 milioni di occupati dei settori oil&gas e del carbone, insieme ad altri 2 nell’automotive, dovranno essere ricollocati. Per trarre i massimi benefici dalla transizione sarà necessario mettere in campo misure per formare nuove competenze e aggiornare quelle dei lavoratori di settori che subiranno una riduzione delle attività, a cominciare dalle imprese dell’oil&gas.

Per avviarci sulla via della transizione energetica e allinearci agli obiettivi europei 2030 e 2050 per la neutralità climatica, in Italia dovremmo imprimere una enorme accelerazione allo sviluppo delle rinnovabili, a cominciare da quelle elettriche che dovrebbero passare, principalmente grazie a nuovi impianti eolici e fotovoltaici, da circa 1.000 MW/anno di nuove installazioni come media degli ultimi anni (nel 2022 questo valore dovrebbe essere cresciuto arrivando a 2.000-3.000 MW), a oltre 10.000 MW/anno da qui al 2030. Se l’impresa italiana non è pronta, non rischiamo di danneggiare l’economia e l’occupazione? Secondo uno studio presentato nel febbraio 2023 da Elettricità Futura, l’associazione confindustriale delle imprese della generazione elettrica, se raggiungessimo gli obiettivi che ci siamo posti al 2030 potremmo avere oltre 360 miliardi di euro di ricadute economiche positive (in termini di valore aggiunto per filiera e indotto, pari a circa il 2% del Pil, e 540 mila nuovi posti di lavoro, che si aggiungerebbero agli attuali 120 mila della filiera esistente. Va tenuto conto che ogni passo in avanti verso le rinnovabili ci consente di ridurre la nostra dipendenza energetica dalle importazioni di combustibili fossili, filiera i cui proventi vanno in larghissima parte all’estero. Questo anche perché esiste già oggi una filiera nazionale delle fonti rinnovabili: secondo uno studio di Intesa San Paolo del 2021, l’Italia è il sesto Paese per esportazioni di tecnologie rinnovabili e oramai da diversi anni presenta un saldo commerciale ampiamente positivo.

Qual è lo stato delle rinnovabili in Italia?

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